
Articolo di Marco Gui*
*Marco Gui è professore di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca
Fonte: corriere.it
Nei giorni scorsi sono stato invitato a intervenire a un evento organizzato all’interno del World Economic Forum di Davos, dedicato ai rischi dell’accelerazione digitale sulla nostra umanità. Due organizzazioni filantropiche impegnate sul tema dell’etica digitale, Human Change di Margarita Louis-Dreyfus e Project Liberty di Frank McCourt, hanno allestito un’agenda ricca di incontri. Si è trattato di un vero e proprio raduno internazionale degli studiosi e attivisti che lavorano sugli effetti collaterali della digitalizzazione, in particolare su bambini e adolescenti.
Tra i relatori, erano presenti figure di spicco come Jonathan Haidt, autore del recente bestseller La generazione ansiosa, Tristan Harris, ideatore del famoso documentario Netflix The Social Dilemma, Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia, il direttore di Uefa Michele Uva. Il pubblico, in mezzo ai top manager e Ceo che sono usuali nella settimana di Davos, includeva anche diversi rappresentanti di un nuovo profilo professionale: il «digital wellbeing educator». Pare che in molti paesi queste figure siano sempre più richieste per affrontare il grande tema del benessere digitale, sia in famiglia che nelle aziende (Mario Sgarrella e Fernanda Maio erano due rappresentanti italiani di questo mondo emergente).
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